Lavagne e Corridoi

L’incontro con i “ristretti” di Montacuto ci ha ampliato l’orizzonte carcere

18 Giu , 2015  

 

La coperta non si misura [1280x768] (1)

 

Siamo entrate nel carcere di Montacuto seguendo il percorso che fa chi arriva qui per la prima volta in qualità di detenuto e deve rimanere del tempo in questa struttura di detenzione.

Il carcere di Montacuto si trova fuori del centro della città di Ancona, in posizione elevata, in quel quadro collinare marchigiano che i poeti e i fotografi di qui si portano dentro sin dalla nascita, in cui si alternano vegetazione spontanea e strisce disegnate dall’uomo, in questo punto non lontano dal mare, e protetto dalla vicinanza del Monte Conero.

Come Operatrici del Benessere Estetico abbiamo trovato di notevole interesse la visita didattica alla struttura del carcere, che ogni giorno vediamo in lontananza, quando a ricreazione possiamo uscire e raggiungere la zona del cortile che sta dietro il complesso di edifici della nostra scuola. E non è stato un compito facile spiegarlo ai nostri genitori, che andare a visitare un carcere poteva essere utile a comprendere cosa significhi il Benessere in senso ampio. Innanzitutto perché noi stesse, a inizio d’anno scolastico, avevamo già un’idea del carcere e un’idea di cosa debba occuparsi un’estetista, e le due idee non quadravano nemmeno per noi.

Più che il posto, immaginavamo le persone rinchiuse là dentro come conseguenza di una giusta punizione per aver commesso reati di varia natura. Il detenuto ci faceva paura. Forse avrebbe rubato una parte di noi se lo avessimo incontrato. Anche solo guardato. No, non ci interessava! Avevamo la certezza che se erano lì, c’era sicuramente un motivo; che nella maggior parte dei casi si doveva “buttar via la chiave” con cui erano state chiuse le loro celle. Hanno pure la televisione, pensavamo! E mica tutti hanno da mangiare e un posto caldo dove dormire, oggi, in Italia. Cosa vogliono di meglio? E pensieri del genere. A scuola le prof. ci avevano proposto la lettura di alcuni articoli della rivista“Ristretti orizzonti” del carcere “Due palazzi” di Padova. I titoli parlavano di un mondo lontano. Buio dentro, gioie corte, ergastolo ostativo, perdono da parte delle vittime: solo parole. La rivista bandiva un concorso, dal titolo “Per qualche metro e un po’ d’amore in più”, dove si chiedeva ai partecipanti di riflettere su “carcere ed affetti”. Era autunno e si sentivano i primi freddi.

A scuola avevamo iniziato a studiare l’importanza del calore sul corpo per i cuccioli di macaco nel periodo dell’imprinting dell’attaccamento. Ci è venuta l’idea di una coperta.

La coperta scalda Giulia [1280x768]

Una coperta che riscaldasse il cuore delle persone ristrette in carcere. Dove il calore arrivasse non dal tessuto, ma dai pensieri scritti da noi sugli scacchi della coperta stessa. Una coperta tessuta di umanità. L’idea ci piaceva. Non pensavamo tanto ai detenuti, che ancora non se la meritavano, secondo noi, una coperta. Il fatto, però, di lavorare tutte insieme a qualcosa ci dava una buona energia. E ci siamo messe al lavoro. Quelle parole che titolavano gli articoli iniziavano ad acquisire un loro senso. Provavamo ad immedesimarci nei familiari dei detenuti e in quello che potevano provare per persone che non vedono che per poche ore al mese immaginandole, nel tempo restante, in uno spazio di circa 9 metri quadri, senza la libertà di uso del tempo e di movimento nei luoghi.
Cosa prova un bambino che non può essere accompagnato a scuola da suo padre che sta in carcere? Cosa dice ai compagni? In lui prevarranno la rabbia, o la vergogna? E perché dobbiamo scegliere una sola emozione? Questi i pensieri che ci hanno accompagnato in quei mesi di lavoro di “tessitura”, in cui il filo delle emozioni ci legava lentamente ai detenuti che avremmo incontrato alla casa circondariale di Montacuto.
Abbiamo letto che il Prof. Italo Tanoni, Ombudsman regionale e Difensore dei detenuti, ha segnalato in varie occasioni che la struttura di Montacuto è sovraffollata. Ma siamo ad un grado di comprensione iniziale e vogliamo arrivare a capire cosa significa che le condizioni dei detenuti in Italia non sono spesso dignitose. Vogliamo capire cosa si intende per “dignità del detenuto”. Chi è il detenuto.
Il giorno fissato per la visita è infine arrivato e la nostra classe, Prima L, insieme con la Seconda L, scende dal pulman della scuola davanti alla struttura che abbiamo guardato solo in prospettiva e che adesso ci sovrasta incutendo a tutte una certa ansia. Torna l’immaginario dei film americani e sembra che tutto quello che abbiamo detto a lezione non abbia valore. Accompagnate da un operatore del carcere, entriamo dove si svolgono i colloqui tra la famiglia e il detenuto, i protagonisti della nostra riflessione. Poi, proseguendo il nostro cammino, ci troviamo di fronte un enorme portone e di lì entriamo nella realtà del carcere. Un lungo corridoio, la stanza delle perquisizioni, l’ufficio matricole. Intanto l’operatore e gli educatori, a turno, ci spiegano il funzionamento della struttura. A turno, non possiamo non notare che alle nostre spalle c’è una stanza con uno spioncino da cui si intravvede un detenuto appena arrivato: angoscia. Facciamo di tutto per non fissarlo, ma ci giriamo tutte, una alla volta, quasi dandoci il cambio in modo telepatico. L’uomo cammina su e giù con la mano sulla bocca. Ci guarda dallo spioncino. Sorride. Siamo le sue ultime figure femminili. Proseguiamo: una chiesetta e altri luoghi di preghiera. Almeno Dio è uno per tutti. Sulla sinistra una parte sbarrata da una porta misteriosa: è la zona protetta chiamata “filtro”, dove sono i detenuti accusati di reati di natura sessuale verso donne e minori. Quando cerchiamo di capire, il nostro pensiero non riesce ad entrare dentro questa zona della mente umana. Andiamo oltre. Saliamo due rampe di scale e lungo un secondo corridoio scorrono le aule di lezione per accedere al diploma di scuola media e di scuola superiore. E c’è anche la biblioteca. Come a scuola. Ma qui è un’attività ambita e che suscita molto interesse, perché rappresenta un’occasione di socialità e di considerazione da parte della famiglia. Ed è un modo per entrare in contatto con se stessi. Entriamo in una grande stanza bianca che ci dicono essere destinata alle feste. Quali feste si possono festeggiare senza i propri familiari? Per credere che lì si festeggi qualcosa, bisogna lavorare di fantasia e immaginare le pareti addobbate; un albero di Natale e un presepe nell’angolo; delle foto appese. Alle pareti non ci sono tracce di chi è passato di là. Sembra un non luogo, cioè un posto dove mancano i segni della storia umana. C’è solo un forno, parcheggiato là.
Ci sediamo e dopo poco arrivano i detenuti. Sono tre. Subito spicca un giovane,tra loro, uno che potremmo aver conosciuto in una serata al lungomare con le amiche, al quale ci saremmo di sicuro presentate per passare una serata estiva in allegria, perché ispira simpatia. I tre si presentano: Alberto, il più vicino a noi per età, lui appunto, è lì da 5 mesi; Antonio da tre anni; Paolo da 5. Una nostra compagna, Martina, consegna loro la famosa coperta, chiusa nel pacchetto che abbiamo fatto con la prof. di Metodologia in classe. Il dono scioglie la tensione e possiamo iniziare a conoscerci. Abbiamo portato delle curiosità, porgiamo loro delle domande: “Avete lo specchio, per poter controllare la vostra immagine mentre il tempo scorre? Se in cella si verifica un danno o un furto, ma nessuno si costituisce, come fate? Sapete, anche da noi accadono cose così, in classe, allora poi intervengono i prof. ma non sempre la situazione si scioglie”. E loro rispondono con sempre meno imbarazzo. Ci spiegano che stando lì dentro hanno imparato ad apprezzare le cose più piccole e a non essere vanitosi. Un argomento su cui sono portati a riflettere grazie agli educatori dell’area trattamentale è quello della paternità. Hanno scoperto poi delle doti che neanche loro sapevano di avere. Alberto sa disegnare e disegnando si sente libero di viaggiare con la mente. Racconta di uno spagnolo che era con lui, un poeta, che gli dava autostima: “mi perdevo, con lui”. Disegnava talmente tanto che la sera aveva il dito piegato, ci dice. Come passa la giornata? Lavorando. Stare in carcere è possibile se non si sta fermi un attimo e ci si dà da fare. Il lavoro all’esterno è fondamentale, per lui. Poi la palestra. Quindi la musica: ascolta anche lui M2O!
Paolo è riuscito invece a scrivere due libri, che raccontano la sua vita e in particolare la tendenza al furto in banca, spinto dalla ludopatia. Ci appuntiamo i titoli dei libri e chiediamo a lui quale ci consiglia: sicuramente il primo, “Solo soldi assicurati. Rapinatore gentiluomo per giocare d’azzardo”, ma anche il secondo è interessante, “Rapinatore per gioco. Storia vera di un ludopatico”. Proviamo ad immaginarci la montagna di quadernini che ha riempito con la sua sofferenza, e che ha poi riversato al computer prima di pubblicare, noi che a volte in classe fatichiamo a prendere gli appunti della lezione.
Antonio ha una bambina piccola che lo aspetta a casa. Ricordiamo che uno scacco della coperta recitava proprio: “Papà, quando mi vieni a prendere a scuola?”
Ecco, non solo stando in carcere a contatto con i detenuti non ci è successo niente di male, ma stiamo facendo invece uno scatto di crescita, perché ci sentiamo di comprendere tanti aspetti dell’animo umano, anche se non ci sentiamo di giustificarli. Comprendere non significa giustificare.

Tornate in classe proviamo a parlare dell’esperienza vissuta e scriviamo quello che abbiamo provato, tracciando alla lavagna frasi come: “vedere le ringhiere altissime mi ha fatto venire l’idea che a breve sarei entrata in una gabbia tipo campo di concentramento” ;“all’inizio ho pensato che avevo paura e che se non svolgo bene il mio compito e non seguo le leggi anch’io potrei essere in quel posto”; “le mie emozioni sono state la malinconia e la sofferenza, mentre sentivo solo molto silenzio”; “nell’ambiente c’era odore di fumo misto a chiuso, un odore strano”; “ amo la mia piccola libertà, la mia vita e sono fiera di non aver infranto nessuna regola, perché essere lì con loro sarebbe una delusione grandissima” ;“ho capito che loro, anche se mi dispiace che stanno pagando i loro reati, sia piccoli che grandi, hanno bisogno di capire che la vita ha delle leggi e vanno rispettate”; “tutti e tre hanno una famiglia e ci hanno confessato che i loro rapporti con i familiari si sono rafforzati ulteriormente, cosa che non mi aspettavo. Ho cercato di immaginarmi di stare nella loro situazione, senza alcun mezzo di comunicazione, e non credo che ci riuscirei”; “queste persone possono insegnarci molto, soprattutto per quello che riguarda le amicizie” ;“sinceramente mi è dispiaciuto donare la coperta ai detenuti, perché è stata una delle poche volte in cui la mia classe è stata davvero unita e per me è molto importante”.
La classe 1^L  operatrici del Benessere estetico

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